Scoprendo il Web 2.0

Ma quanto è grande Facebook?

Posted in conoscenza, infografica, Uncategorized, web2.0 by Giuseppe Futia on aprile 5, 2009

Mark Ghuneim, fondatore e Ceo dell’incubatore tecnologico Wiredset e creatore del servizio di social media tracking Trendrr, racconta a Mashable il processo di evoluzione straordinaria che ha contraddistinto il web sociale in questi ultimi anni, attraverso una delle sue creature di maggior successo: Facebook.

“È straordinario pensare come fino a pochi anni fa Youtube non era nient’altro che uno  spazio dove pubblicare e condividere i video dei propri gatti, e la parola tweet era utilizzata soltanto per descrivere il verso degli uccelli. Oggi, i cambiamenti del web sociale sono in continua accelerazione, con nuove generazioni  di realtà imprenditoriali che si uniscono tra loro e nuove piattaforme che trasformano il nostro modo di comunicare. Solo in pochi, però, sono riusciti a catturare il numero di invidui e la quantità di attenzione che è  riuscito raccogliere un fenomeno come Facebook.

Tutto è cominciato  da un semplice luogo di socializzazione per studenti, per poi trasformarsi in un cross-generazionele, localizzato e agnostico luogo d’incontro che con un semplice click ci tiene uniti ai  nipoti più lontani così come agli amici più vicini.

All’interno del nostro lavoro, abbiamo unito insieme un certo numero di parametri che illustrano la crescita e la saturazione culturale di cui Facebook attualmente gode”.


Mentions of Facebook on Twitter



Facebook in the News



Popular Facebook Apps


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I am the long tail

Posted in conoscenza, economia, video, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 24, 2009

L’Internet Advertising Bureau (IAB) ha recentemente pubblicato una breve clip che prende il nome di “I am the long tail”, raccogliendo le testimonianze di coloro che, attraverso il proprio lavoro, rappresento il cuore pulsante della coda lunga. A tal proposito, vorrei riportare le parole dei creatori dell’iniziativa, opportunamente raccolte da Chris Anderson:

“Diversi analisti stimano che almeno 1,2 milioni di siti web sono in grado di sostenersi partendo dalla semplice vendita di  spazi pubblicitari, fino ad arrivare alla commercializzazione dei propri prodotti. Gran parte di essi costituisce la tanto decantata long tail – piccoli siti web che servono gli interessi raffinati di un’audience di nicchia , la cui esistenza è permessa dall’assenza di barriere per quanto concerne la creazione e la distribuzione di contenuti-. Spesso, però, risulta molto difficile rendere giustizia alle innumerevoli realtà che sono state in grado di valorizzare il proprio lavoro grazie al supporto della Rete.

Ecco perché IAB ha deciso di intervenire. Abbiamo creato un video di circa 7 minuti, attribuendo dei volti umani alla coda lunga. E l’abbiamo chiamato “I am the long tail”.

Anche se, a dir la verità, le cose non stanno effettivamente così. Lo IAB non ha creato un documentario sulla coda lunga. È la coda lunga ad aver raccontato se stessa all’interno di un documentario.

Abbiamo esplorato, attraverso la Rete, numerosissimi siti web per mostrare l’ampia diversità che contraddistingue le attività su Internet. E i nostri obiettivi erano i più svariati. Andando alla ricerca dei contenuti per il nostro documentario, lo IAB ha voluto dimostrare agli investitori pubblicitari che questo insieme di piccoli publishers rappresenta un canale d’importanza vitale per poter raggiungere i consumatori americani. Allo stesso modo, abbiamo voluto sensibilizzare la classe politica e le istituzioni di Washington sul contributo alla crescita economica americana che questi soggetti sono in grado di offrire. “

A questo proposito, lo stesso Chris Anderson si dichiara soddisfatto soprattutto perché, paradossalmente, per poter sviluppare questo tipo di iniziativa non è stato necessario menzionare nè il suo nome nè la propria opera:

“This is really cool, and one of the things I like best about it is that they didn’t feel the need to link to me, mention the book or even link to the Wikipedia entry. The Long Tail is now just part of the parlance—no more needing a credit than an invocation of the Tipping Point requires a link to Malcolm Gladwell. Which is as it should be”.

via long tail.com

Surchur, motore di ricerca sui social web

Posted in conoscenza, news, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 24, 2009

Surchur è un utile motore di ricerca focalizzato sul social web: per ogni ricerca verrà cotruita una pagina, chiamata dashboard, contenente un riquadro per ogni sito e per ogni tipo di contenuto. Si otterrà una pannello che visualizzerà lo stato del mondo on line su un particolare argomento.

La dashboard presenta i risultati, suddividendo l’informazione in quattro sezioni differenti:

  • social web
  • fotografie
  • blog
  • news

Oltre a ricercare contenuti d’informazione generale, questo sistema potrebbe fornire un quadro generale sulla nostra presenza all’interno della Rete. Anche se forse, più che indagare la semplice presenza, potremmo riuscire ad ottenere una traccia vera e propria della nostra vita sociale all’interno del web.

via downloadblog

Giornalisti senza un giornale

Posted in conoscenza, economia, politica, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 23, 2009

notebook_reporter1

Spesso sentiamo raccontare della crisi che investe con sempre maggiore intensità l’editoria tradizionale. Se da un lato infatti l’attenzione dei consumatori si sposta dalla carta al web, gli introiti  pubblicitari provenienti dall’online non sembrano essere in grado di fornire un modello di business sostenibile, come dimostrato anche da uno studio di Eric Clemons. Non dimentichiamo poi che anche i portali d’informazione dei maggiori quotidiani del nostro Paese, al fine di massimizzare gli accessi, propongono contenuti che tante volte collidono con uno spirito d’informazione di qualità. Anche e soprattutto perché il versante cartaceo di quegli stessi portali non si azzarderebbe mai a pubblicare, ad esempio, un determinato genere di foto o un certo tipo di notizie che sfociano molto spesso nella “cronacaccia” di bassa qualità (o più semplicemente nel genere porno).

Un’analisi più accurata, però, ci aiuta a comprendere come in realtà la crisi dell’editoria non sia legata all’esplosione di Internet, quanto invece alla generale avversione che le persone hanno maturato quotidianamente verso un’informazione che a sua volta si considera assurdamente elitaria, al di sopra della gente. Un’informazione che si dichiara con una buona dose di perbenismo  immune da qualsiasi influenza, soprattutto in un Paese come il nostro che ha una lunga storia di editori con interessi economici indirizzati altrove, che utilizzavano (e utilizzano) il proprio giornale come filtro di protezione della propria attività.

Con questo non voglio dire che in Italia sia totalmente assente un’informazione di qualità. Il problema riguarda il fatto che non riusciamo a vedere oltre il foglio di carta persone vicino a noi e alla nostra quotidianità (un concetto che viene espresso anche da Le Clèzio nel suo discorso di ringraziamento per il Nobel). Ecco perché uno degli ultimi post di De Biase mi ha stimolato alcune riflessioni. Riporto una parte del post:

“Varrebbe la pena di chiarire che si dovrebbe distinguere il destino dei giornali e quello dei giornalisti. È sbagliato definire i giornalisti come la categoria delle persone che scrivono i giornali (essendo i giornali tautologicamente quelle cose che sono scritte dai giornalisti…). E sebbene quella sia stata la definizione adottata dall’Ordine, non pare più molto azzeccata. Forse si potrebbe proporre l’idea di giornalisti come professionisti impegnati nella produzione di informazione per il pubblico con un metodo di ricerca empirico e trasparente (informazione, non comunicazione). In quel caso il loro destino non sarebbe necessariamente quello di seguire la sorte dei giornali. I giornali, invece, sono i prodotti di un’industria editoriale molto importante che a sua volta non vive solo del lavoro dei giornalisti, ma anche di quello delle concessionarie di pubblicità, di sostegno pubblico, di collaterali e altro.”

Forse nuove forme di comunicazione come i blog, badate bene non i network d’informazione ma i blog, rappresentano una realtà informativa dietro a cui, dopo tanto tempo, riconosciamo degli esseri umani. Esseri umani che hanno un proprio credo, che possono sbagliare, ma che proprio per questa coerenza e individualità ci ispirano fiducia e rispetto. E se mai l’editoria tradizionale sopravvivrà, come io personalmente credo, non dovrà più rappresentare un contenitore di notizie che oramai tutti possiamo reperire facilmente sul web, ma un vero e proprio strumento di approfondimento. Sarebbe suggestivo pensare a un giornale in cui le informazioni nascono con il contributo di tutti, anche della gente più semplice,  opportunamente rielaborate dai professionisti dell’informazione, per poter offrire qualcosa di nuovo che ci dia, naturalmente con il nostro contributo attivo, una visione del mondo che non possiamo raggiungere con i nostri occhi.

Parma workcamp ’09

Posted in conoscenza by Giuseppe Futia on marzo 22, 2009

Ieri mattina ho avuto il privilegio di raccontare Ingegneria del Cinema al workcamp di Parma. E ne voglio parlare soprattutto perché oltre ad aver trovato un contesto vivo, con tante occasioni di dibattito, di confronto e di apprendimento, è stata una di quelle tappe di vita fondamentali da cui non si può prescindere per poter imparare a crescere.

E sono riuscito a trarre questa conclusione per il semplice fatto che non ho fatto bene: fin dalla scorsa settimana ho immaginato e sperato di poter tirare fuori chissà quale performance, mentre invece, di fronte a quei volti sconosciuti, la mente si è annebbiata e tutto quanto si è realizzato di conseguenza. Posso dire soltanto che sono deluso e amareggiato, anche perché sentivo di essere responsabile per tutti quelli che, tralasciando gli altri, si spaccano il culo ogni giorno per poter tirare fuori il meglio da ciò che imparano.

Invito comunque i miei colleghi a non allarmarsi per la propria reputazione: Ico e Fede sono stati davvero immensi, rappresentanti di diverse aziende hanno voluto approfondire con noi di cosa ci occupavamo, e da tutti gli speech è emerso in modo netto il reale bisogno del mondo del lavoro di individui con le nostre competenze. Per non parlare poi delle slide che erano davvero belle ed evocative.

Non riesco a tirare fuori nient’altro. Avrei voluto terminare con la tipica frase “…sono felice di questa esperienza perché…”, ma non ci riesco. Rabbia e amarezza mi pulsano dentro con ancora troppo vigore, perciò voglio finire qui. Con la consapevolezza che, citando un film che mi ha profondamente segnato, per riconoscere  i propri santi, tante volte, basterebbe alzare la testa e guardare al proprio fianco, lì sulla sinistra. Con il desiderio veemente di avere un’altra occasione, giurando a me stesso che una cosa simile non accadrà mai più.

Catena vs ecosistema

Posted in conoscenza, economia, impresa, università, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 16, 2009

Basterebbe riflettere singolarmente sui concetti di “catena” ed “ecosistema” per poter comprendere la trasformazione attualmente in atto nei diversi settori di produzione, in particolare in quello dei media.

La catena rappresenta una struttura costituita da una successione di elementi, collegati fra di loro in maniera lineare. Ciascuna microstruttura si fa carico di una piccola parte del lavoro, favorendo in tal senso una scomposizione della complessità del sistema.

Entriamo però nel dettaglio. In ambito economico, la catena del valore consiste in un modello che permette di descrivere la struttura di una organizzazione come un insieme limitato di processi. L’insieme complessivo di tali processi, in base alla propria efficienza, produrrà un risparmio per il consumatore finale. La catena del valore permette infatti di considerare l’impresa come un sistema di attività generatrici del valore, inteso come il prezzo che il consumatore è disposto a pagare per il prodotto che soddisfa pienamente i propri bisogni.

L’opera di ciascuna impresa è quella di ottimizzare al massimo la catena del valore, al fine di diminuire i costi e sbaragliare la concorrenza. Le singole azioni che attuano, però, non determinano una crescita del valore del sistema-mercato entro cui sono inserite.

Lasciamo per un attimo da parte quanto detto fin’ora in relazione alla catena, e concentriamoci sul significato del termine ecosistema. Esso definisce una struttura in cui viene a crearsi un’ interdipendenza più o meno stretta tra i vari elementi di un sistema. Nella sostanza, la nascita o lo sviluppo di un mercato, molto più che in precedenza, traina con sé nuovi mercati che crescono a loro volta, determinando una crescita complessiva del sistema stesso:

Jeremy Rifkin all’interno del libro L’era dell’accesso ( Mondadori 2000) ha messo in luce con efficacia questo aspetto. Non è raro ormai assistere al regalo o alla vendita sotto costo di prodotti (quali cellulari, decoder televisivi, software, ecc.) che permettono di vendere in seguito al cliente i servizi sempre più sofisticati (e costosi) che li accompagnano. Alcuni settori importanti dell’economia poi (quali quelli legati al turismo, all’intrattenimento, al benessere della persona, alla realizzazione di centri commerciali e residenziali) si caratterizzano sempre meno per il valore in sé dei beni materiali in essi coinvolti e sempre più per la capacità (immateriale) di vendere tramite tali beni uno “stile di vita” (che costituisce il vero valore aggiunto dei beni venduti). Da questo punto di vista è fuorviante la distinzione che qualcuno ancora traccia tra old e new economy. Tutta l’economia è destinata a cambiare, anche se alcuni settori sono stati toccati prima di altri dalla rivoluzione in atto (tratto da: La new economy : una economia informazionale, reticolare e globale).

Questi argomenti sono stati trattati da Roberto Saracco (Director- Long Term Research, TELECOM ITALIA), all’interno del seminario “Evoluzione tecnologica nel settore media e impatto sul business”, tenuto presso la facoltà di Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione.

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Fattore umano

Posted in conoscenza, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 8, 2009

Dando una veloce scorsa alle notizie di downloadblog, scopro che Digital Web Magazine, famosa rivista di informatica online rivolta principamente a gli esperti del settore, ha chiuso i battenti dopo 10 anni di onorato servizio. A tal proposito, credo sia necessario soffermarsi sulle parole di addio di Nick Finck, former publisher del magazine:

The landscape of web writing has changed. The value of well-edited and reviewed content is giving way to faster, less-refined posts on blogs, comments, and services like Twitter, and it is clear that many writers prefer to draw traffic to their own sites“.

Lasciamo da parte il disappunto che traspare dalle sue parole.

Anche nel campo del web design, dello sviluppo web e più in generale dei cosiddetti tutorial, l’aspetto sociale sta prendendo il sopravvento sulla formalità. Perché gli utenti tendono ad affidarsi in maniera sempre più assidua ad ambienti diversi dalle voci “ufficiali”: utilizzano Twitter come osservato anche da Finck, per non parlare poi di servizi come Friendfeed, la cui conformazione permette di ampliare la discussione e il dibattito potenzialmente all’infinito.

Il fattore umano assume perciò un ruolo chiave, che diverrà progressivamente sempre più centrale, in parallelo allo sviluppo sempre più raffinato delle interfacce e di una complessità sistemica (dall’altra parte della Rete), che renderà l’interazione tra utenti sempre più facile ed immediata.

Per rimanere in tema, come ho avuto modo di constatare con Ico e come segnalato da Abel, nel caso abbiate bisogno di qualche aiuto con la piattaforma WordPress, un tale  🙂 Andrea Beggi è sempre pronto a darvi una mano. Eh si, fattore umano.

Leggere del futuro

Posted in conoscenza, Uncategorized, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 4, 2009

Fede segnala alcuni testi indispensabili per capire il futuro, secondo gli organizzatori del progetto Venice Sessions partito il 27 novembre 2008 a Venezia.

Da una rapida occhiata, quelli che ho letto fin’ora sono i seguenti:

  • Long Tail, The, Revised and Updated Edition: Why the Future of Business is Selling Less of More (2008) Chris Anderson, Hyperion. In italiano La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di mercati (2007)
  • Economia della felicità (2007) Luca de Biase, Feltrinelli
  • La Bibbia (solo in parte, ma non l’Apocalisse però/o\)
  • Wikinomics
  • Rivista Wired (tutti i numeri, inclusi gli arretrati) e Wired Italia (anche qui solo una parte, ma a differenza dell’Apocalisse la cosa mi preoccupa di meno)

Malgrado conosca la maggior parte di quei titoli, dal mio “profitto editoriale” credo che per me il futuro sia ancora lontano. Ma non demordo. E  rilancio ai miei lettori.

Technologies of cooperation

Posted in conoscenza, economia, impresa, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 4, 2009

Luca De Biase, da attento e acuto esploratore della Rete, segnala il  paper Technology of Cooperation proposto dall’Institute for the Future che “con il classico approccio visionario che lo contraddistingue, tenta di offrire una rilettura strategica delle tecnologie che facilitano e organizzano la collaborazione”.

L’emergere delle tecnologie digitali, infatti, determina nuove opportunità per lo sviluppo di complesse strategie di cooperazione, che modificano profondamente il modo con cui le persone lavorano insieme. Il fulcro di queste tecnologie in grado di amplificare le possibilità collaborative è rappresentato da otto clusters, ognuno dei quali racchiude tecnologie affini ed offre un contributo distintivo per favorire una cooperazione strategica.

Ognuno di questi “grappoli”, inoltre, non deve essere visto soltanto come un modello per delineare sistemi cooperativi, ma anche come uno strumento che le persone possono usare all’interno di organizzazioni, progetti, processi e mercati per incrementare il livello di cooperazione. Entrando nello specifico, ogni individuo ha la possibilità di scegliere vie differenti  per alterare le dimensioni chiave di sistemi cooperativi nelle proprie  strutture,  regole, risorse, feedback, memorie e identità.

Direi che le premesse alla lettura sono affascinanti.

Wired, il lato umano

Posted in conoscenza, web2.0 by Giuseppe Futia on febbraio 22, 2009


Ore 16. Biblioteca. Leggo Wired, con in testa l’entusiasmo di 1Co e lo scetticismo di Fede riguardo a questa nuova rivista. Così inizio a scorrere le pagine, leggo gli articoli che ritengo più interessanti: Coelho e Bignami dimostrano notevoli capacità narrative, il primo per ovvie ragioni, mentre il secondo stupisce di più per l’accurata affabilità con cui racconta le potenzialità straordinarie dei vetri veneziani.

Poi mi fermo all’intervista di Rita Levi Montalcini. Sospendo la lettura, chiudo gli occhi e prendo fiato, cercando di entrare in uno stato mentale che mi permetta di recepire con la massima lucidità ciò che mi sta attendendo. Leggo l’intervista tutta d’un fiato, ma mi interrompo in due punti che mi suscitano particolari sensazioni. Di tristezza.

Il primo punto: RLM descrive le funzionalità del cervello arcaico (nel nostro cervello esistono infatti 2 cervelli, uno arcaico e uno cognitivo) “che non si è praticamente evoluto da tre milioni di anni fa ad oggi. […] Un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte quelle che sono le emozioni. […] Purtroppo, buona parte del nostro comportamento è ancora guidato dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie – la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo – sono dovute alla prevalenza emotiva su quella cognitiva”. A questo punto l’intervistatore, Paolo Giordano, obbietta che nel cervello arcaico dovrebbero risiedere quindi anche l’amore, la passione, l’affettività. E a questa obiezione RLM risponde in modo freddo e diretto: “Sì la componente emotiva non è solo pessima”.

Il secondo punto: Giordano le chiede se sia facile per le donne che fanno ricerca coniugare questa attività (e passione) con la vita famigliare. E RLM, di nuovo, non si accende a quella parole: “Sono tutte ragazze eccellenti, altre conviventi. Non importa. Sono ottime. Vedi, perché questo? Quando ha accesso alla cultura è come un affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo.” A tal proposito Giordano, all’interno del suo pezzo, richiama un aneddoto relativo alla storia di Ipazia, vissuta ad Alessandria d’Egitto a cavallo fra il terzo e il quarto secolo a. C., inventrice dell’astrolabio e del planisfero ed insegnante di Filosofia: si narra che un giovane allievo di Ipazia si innamorò di lei. La filosofa ci tenne a mostrargli un telo imbrattato di mestruo. Gli disse: “Questo, dunque ami, o giovane. Niente di bello.”

Inizialmente ho ricondotto questa tristezza a quella che ritenevo fosse l’incapacità di una donna geniale e straordinaria di riuscire a percepire positivamente l’umanità che sta dentro l’ammasso di carne di cui siamo costituiti. Poi, riflettendoci, ho capito che era qualcosa di diverso: RLM è un individuo che ha trovato la propria collocazione nel mondo, mettendo il proprio ingegno e la propria “arte” al servizio dell’umanità. Secondo una forma d’amore universale. Mentre io, staziono in mezzo ad una sorta di tira e molla in cui, non appena credo di aver capito quale sia il mio posto, vengo immediatamente riposizionato al centro di tutto. Alla stessa distanza da ogni cosa.

Ma mi piace raccontare la tecnologia, provando a regalare  un ingenuo spunto di riflessione. Ben sapendo che è qualcosa di infinitamente piccolo rispetto a ciò che Rita Levi Montalcini compie ogni giorno. Sperando che, malgrado questo, esso possa costituire il mio posto nel mondo.