Scoprendo il Web 2.0

Se Google invade, Wikipedia non rimane a guardare

Posted in wiki... by Giuseppe Futia on gennaio 4, 2008

Jimmy Wales, creatore di Wikipedia, annuncierà il 7 Gennaio l’uscita del nuovo motore di ricerca Wikia Search, che si propone di offrire un mezzo per la ricerca sul web completamente trasparente rispetto ai diretti concorrenti.

Che sia una risposta al Knol di Google?

via PMI.it

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Il Knol di Google sostuirà Wikipedia?!?!?

Posted in web2.0, wiki... by Giuseppe Futia on dicembre 18, 2007

Qualche giorno fa sul blog di Google è stato presentato l’ennesimo progetto della casa di Mountain View, che questa volta si propone di lanciare una nuova enciclopedia in cui a far da padroni saranno articoli pubblicati dagli utenti. Un modello che quindi mutua, per molto aspetti, il modello di enciclopedia aperto intrapreso da wikipedia con una sostanziale differenza: all’importanza del contenuto, si affiencherà, assumendo un ruolo chiave, l’autore dell’articolo. Google ha deciso di riprendere un pò la politica secondo cui i libri hanno i propri autori, gli articoli il nome dei giornalisti scritti in basso, dando quindi nuova linfa e una nuova centralità al ruolo dell’autore.
Credo che questa scelta da una parte possa essere azzeccata infatti, il nome dell’autore, potrebbe donare all’articolo un aura diversa, un valore aggiunto che abbia risvolti in termini di credibilità; in secondo luogo penso sia una scelta che potrebbe essere allettante per l’ego di molti internauti. Sono dell’idea che, nonostante siano in molti a voler partecipare alla conoscenza, tanti altri cerchino successo e notorietà.

Ho trovato molto interessante il punto di vista di Scott Gilbertson della rivista Wired, che fa notare come, nonstante la semplicissima interfaccia di utilizzo, molto probabilmente la voce edit di un determinato articolo potrebbe essere cliccabile unicamente dagli stessi autori. Errore nel programma? Non direi. La scelta di enfatizzare l’autore di un determinato post potrebbe implicare questo tipo di scelta. Gli utenti quindi potranno commentare, ma per poter riprendere un determinato concetto, dovranno scrivere un altro e ulteriore articolo.

Dal mio punto di vista credo che wikipedia proponga insegnamenti ben precisi; se in pochi anni essa è riuscita a raggiungere il livello dell’enciclopedia britannica, i motivi sono una collaborazione di massa che ingloba le competenze più valide di tutto il mondo. La forza della comunità, del dibattito, del confronto, hanno permesso la creazione di contenuti sempre più validi e aggiornati che hanno dato vita a un’enciclopedia, ovvero un “luogo” in cui esistono delle definizioni da cui poter attingere.

La scelta di Google credo si allontani da questo obiettivo, se non altro per quel che concerne la classica ricerca all’interno di un’enciclopedia. Propone qualcosa di diverso: un intruglio che rispecchia un pò il gran numero di informazioni e di punti di vista all’interno del web.

Ma questa può essere considerata una vera enciclopedia? Io credo di no. Per una ricerca di questo tipo sono sempre a favore del modello di wikipedia: libero, aperto, spinto dalla forza della comunità e soprattutto, aspetto che trovo fondamentale, libero dalla pubblicità. Almeno per ora.

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Il cuore distribuito di Amazon

Posted in web2.0, wiki... by Giuseppe Futia on dicembre 5, 2007

“Amazon è una compagnia di commercio elettronico statunitense con sede a Seattle, nello stato di Washington. È stata tra le prime grandi compagnie a vendere merci su Internet ed una delle aziende simbolo della bolla speculativa riguardante Internet alla fine degli anni Novanta.”

Questa è la definizione che Wikipedia sapientemente ci offre. Amazon, però, è anche uno degli esempi più riusciti nell’era del web 2.0. Un azienda che, citando direttamente da wikinomics, “è stata fra i pionieri delle iniziative chiamate affiliate program, ovvero quei programmi di di affiliazione che utilizza per promuovere il traffico e le vendite all’interno dell’immensa rete dei suoi partnership”. Amazon ha due tipologie di affiliati: gli Amazon associate e i marketplace seller; i primi rappresentano migliaia di associati che veicolano traffico e vendite verso Amazon, ricevendo in cambio delle commissioni. I secondo sfruttano il sistema di pubblicazione, vendita e di distribuzione del sito per un proprio inventario di prodotti. Oggi, più di un milione di utenti registrati, sfruttano la piattaforma di Amazon per vendere prodotti nuovi e usati.

Questa scelta di apertura, fino ad oggi, è risultata vincente: in primo luogo, i mash up creati dagli Amazon associate, danno un volto multisfaccettato all’azienda , determinando un più ampio bacino d’utenza; in secondo luogo, l’utilizzo della piattaforma da parte dei marketplace seller implica un incremento dei prodotti messi in vendita, i quali aumentano in modo sostanziale la visibilità di Amazon. Il fatto che tutti questi processi avvengano in modo autonomo, implica che i costi fissi (che sono già contenuti) vengano ulteriormente ridotti, determinando quindi una spesa minimale.

Amazon e i suoi numeri:
– 140.000 sviluppatori sparsi in tutto il mondo;
– il 30 % del fatturato che proviene da società o utenti esterni che sfruttano la sua piattaforma.

Non male direi.

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Le imprese illuminate e il tramonto della legge di Coase

Posted in web2.0, wiki... by Giuseppe Futia on novembre 19, 2007

Da qualche giorno ho cominciato a leggere un interessantissimo libro che i molti partecipanti alla blogosfera conosceranno: di Tapscott Don e D.Williams Anthony(2005), Wikinomics, Etas.

Un libro con un ritmo incalzante in cui sono mostrati molti esempi di aziende che hanno rischiato, affidando alla collaborazione di massa le sorti del proprio successo. Mi ha incuriosito un piccolo passo in cui si rapportava la nascita di queste imprese illuminate con la legge di Coase, vero e proprio perno delle aziende integrate verticalmente.

In breve, questa legge afferma che: un’impresa che integra il più possibile tutte le fasi di reperimento dei materiali e di produzione continuerà a crescere, fintanto che i costi di tale transazione interna saranno minori dello svolgimento di questa stessa nel libero mercato. In poche parole, se producete da voi tutto ciò che vi serve a poco prezzo, fatelo. Intuitivamente è un concetto un pò strano, perchè verrebbe da pensare che l’affacciarsi direttamente al mercato porti grandi vantaggi a livello di conoscenza e di consapevolezza di ciò che accade; il problema è che nell’età industriale, proprio il reperimento di questa conoscenza e delle informazioni ad essa legata, implicavano costi onerosi a livello di tempo e denaro. Coase definisce queste spese a diversi livelli costi di transazione, che raggruppa in:

  • costi di ricerca;
  • costi di trattativa;
  • costi di coordinamento e di processo.

Tutti questi aspetti comportavano una spesa tale nei rapporti tra aziende, che l’integrazione verticale era sicuramente la scelta più logica.

Pensiamo invece come oggi l’istantaneità di Internet abbatta tutti questi costi e queste lentezze nei rapporti; per esempio una casa automobilistica potrebbe tranquillamente digitare la parola “finestrini” in Google, trovando ciò che più concerne le sue esigenze e verificando la qualità di questa aziende grazie semplicemente al buon posizionamento tra i risultati del motore di ricerca. Le imprese che per prime hanno capito il valore di Internet possono sfruttare le potenzialità della rete per dedicarsi al mercato, creando una fitta rete di rapporti per poter sfruttare le potenzialità dell’outsourcing. Il problema di fondo è che queste imprese, non trovano unicamente attori di pari grado, ovvero aziende che adottano la loro stessa strategia, ma si imbattono nei prosumer, utenti che divengono produttori di idee e contenuti. Idee e contenuti che se non considerati adeguatamente, profileranno il tramonto di queste stesse aziende che si affacciano al mercato.

Comprendo di essermi dilungato molto, ma questo aspetto di doppio sovvertimento delle consuetudini di un’azienda integrata verticalmente mi affascinava e spero di trarre da questo libro altri importanti spunti per accrescere la mia conoscenza (che egoista) e lo strumento sospinto da questa: il mio blog.

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