Scoprendo il Web 2.0

I am the long tail

Posted in conoscenza, economia, video, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 24, 2009

L’Internet Advertising Bureau (IAB) ha recentemente pubblicato una breve clip che prende il nome di “I am the long tail”, raccogliendo le testimonianze di coloro che, attraverso il proprio lavoro, rappresento il cuore pulsante della coda lunga. A tal proposito, vorrei riportare le parole dei creatori dell’iniziativa, opportunamente raccolte da Chris Anderson:

“Diversi analisti stimano che almeno 1,2 milioni di siti web sono in grado di sostenersi partendo dalla semplice vendita di  spazi pubblicitari, fino ad arrivare alla commercializzazione dei propri prodotti. Gran parte di essi costituisce la tanto decantata long tail – piccoli siti web che servono gli interessi raffinati di un’audience di nicchia , la cui esistenza è permessa dall’assenza di barriere per quanto concerne la creazione e la distribuzione di contenuti-. Spesso, però, risulta molto difficile rendere giustizia alle innumerevoli realtà che sono state in grado di valorizzare il proprio lavoro grazie al supporto della Rete.

Ecco perché IAB ha deciso di intervenire. Abbiamo creato un video di circa 7 minuti, attribuendo dei volti umani alla coda lunga. E l’abbiamo chiamato “I am the long tail”.

Anche se, a dir la verità, le cose non stanno effettivamente così. Lo IAB non ha creato un documentario sulla coda lunga. È la coda lunga ad aver raccontato se stessa all’interno di un documentario.

Abbiamo esplorato, attraverso la Rete, numerosissimi siti web per mostrare l’ampia diversità che contraddistingue le attività su Internet. E i nostri obiettivi erano i più svariati. Andando alla ricerca dei contenuti per il nostro documentario, lo IAB ha voluto dimostrare agli investitori pubblicitari che questo insieme di piccoli publishers rappresenta un canale d’importanza vitale per poter raggiungere i consumatori americani. Allo stesso modo, abbiamo voluto sensibilizzare la classe politica e le istituzioni di Washington sul contributo alla crescita economica americana che questi soggetti sono in grado di offrire. “

A questo proposito, lo stesso Chris Anderson si dichiara soddisfatto soprattutto perché, paradossalmente, per poter sviluppare questo tipo di iniziativa non è stato necessario menzionare nè il suo nome nè la propria opera:

“This is really cool, and one of the things I like best about it is that they didn’t feel the need to link to me, mention the book or even link to the Wikipedia entry. The Long Tail is now just part of the parlance—no more needing a credit than an invocation of the Tipping Point requires a link to Malcolm Gladwell. Which is as it should be”.

via long tail.com

Giornalisti senza un giornale

Posted in conoscenza, economia, politica, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 23, 2009

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Spesso sentiamo raccontare della crisi che investe con sempre maggiore intensità l’editoria tradizionale. Se da un lato infatti l’attenzione dei consumatori si sposta dalla carta al web, gli introiti  pubblicitari provenienti dall’online non sembrano essere in grado di fornire un modello di business sostenibile, come dimostrato anche da uno studio di Eric Clemons. Non dimentichiamo poi che anche i portali d’informazione dei maggiori quotidiani del nostro Paese, al fine di massimizzare gli accessi, propongono contenuti che tante volte collidono con uno spirito d’informazione di qualità. Anche e soprattutto perché il versante cartaceo di quegli stessi portali non si azzarderebbe mai a pubblicare, ad esempio, un determinato genere di foto o un certo tipo di notizie che sfociano molto spesso nella “cronacaccia” di bassa qualità (o più semplicemente nel genere porno).

Un’analisi più accurata, però, ci aiuta a comprendere come in realtà la crisi dell’editoria non sia legata all’esplosione di Internet, quanto invece alla generale avversione che le persone hanno maturato quotidianamente verso un’informazione che a sua volta si considera assurdamente elitaria, al di sopra della gente. Un’informazione che si dichiara con una buona dose di perbenismo  immune da qualsiasi influenza, soprattutto in un Paese come il nostro che ha una lunga storia di editori con interessi economici indirizzati altrove, che utilizzavano (e utilizzano) il proprio giornale come filtro di protezione della propria attività.

Con questo non voglio dire che in Italia sia totalmente assente un’informazione di qualità. Il problema riguarda il fatto che non riusciamo a vedere oltre il foglio di carta persone vicino a noi e alla nostra quotidianità (un concetto che viene espresso anche da Le Clèzio nel suo discorso di ringraziamento per il Nobel). Ecco perché uno degli ultimi post di De Biase mi ha stimolato alcune riflessioni. Riporto una parte del post:

“Varrebbe la pena di chiarire che si dovrebbe distinguere il destino dei giornali e quello dei giornalisti. È sbagliato definire i giornalisti come la categoria delle persone che scrivono i giornali (essendo i giornali tautologicamente quelle cose che sono scritte dai giornalisti…). E sebbene quella sia stata la definizione adottata dall’Ordine, non pare più molto azzeccata. Forse si potrebbe proporre l’idea di giornalisti come professionisti impegnati nella produzione di informazione per il pubblico con un metodo di ricerca empirico e trasparente (informazione, non comunicazione). In quel caso il loro destino non sarebbe necessariamente quello di seguire la sorte dei giornali. I giornali, invece, sono i prodotti di un’industria editoriale molto importante che a sua volta non vive solo del lavoro dei giornalisti, ma anche di quello delle concessionarie di pubblicità, di sostegno pubblico, di collaterali e altro.”

Forse nuove forme di comunicazione come i blog, badate bene non i network d’informazione ma i blog, rappresentano una realtà informativa dietro a cui, dopo tanto tempo, riconosciamo degli esseri umani. Esseri umani che hanno un proprio credo, che possono sbagliare, ma che proprio per questa coerenza e individualità ci ispirano fiducia e rispetto. E se mai l’editoria tradizionale sopravvivrà, come io personalmente credo, non dovrà più rappresentare un contenitore di notizie che oramai tutti possiamo reperire facilmente sul web, ma un vero e proprio strumento di approfondimento. Sarebbe suggestivo pensare a un giornale in cui le informazioni nascono con il contributo di tutti, anche della gente più semplice,  opportunamente rielaborate dai professionisti dell’informazione, per poter offrire qualcosa di nuovo che ci dia, naturalmente con il nostro contributo attivo, una visione del mondo che non possiamo raggiungere con i nostri occhi.

Catena vs ecosistema

Posted in conoscenza, economia, impresa, università, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 16, 2009

Basterebbe riflettere singolarmente sui concetti di “catena” ed “ecosistema” per poter comprendere la trasformazione attualmente in atto nei diversi settori di produzione, in particolare in quello dei media.

La catena rappresenta una struttura costituita da una successione di elementi, collegati fra di loro in maniera lineare. Ciascuna microstruttura si fa carico di una piccola parte del lavoro, favorendo in tal senso una scomposizione della complessità del sistema.

Entriamo però nel dettaglio. In ambito economico, la catena del valore consiste in un modello che permette di descrivere la struttura di una organizzazione come un insieme limitato di processi. L’insieme complessivo di tali processi, in base alla propria efficienza, produrrà un risparmio per il consumatore finale. La catena del valore permette infatti di considerare l’impresa come un sistema di attività generatrici del valore, inteso come il prezzo che il consumatore è disposto a pagare per il prodotto che soddisfa pienamente i propri bisogni.

L’opera di ciascuna impresa è quella di ottimizzare al massimo la catena del valore, al fine di diminuire i costi e sbaragliare la concorrenza. Le singole azioni che attuano, però, non determinano una crescita del valore del sistema-mercato entro cui sono inserite.

Lasciamo per un attimo da parte quanto detto fin’ora in relazione alla catena, e concentriamoci sul significato del termine ecosistema. Esso definisce una struttura in cui viene a crearsi un’ interdipendenza più o meno stretta tra i vari elementi di un sistema. Nella sostanza, la nascita o lo sviluppo di un mercato, molto più che in precedenza, traina con sé nuovi mercati che crescono a loro volta, determinando una crescita complessiva del sistema stesso:

Jeremy Rifkin all’interno del libro L’era dell’accesso ( Mondadori 2000) ha messo in luce con efficacia questo aspetto. Non è raro ormai assistere al regalo o alla vendita sotto costo di prodotti (quali cellulari, decoder televisivi, software, ecc.) che permettono di vendere in seguito al cliente i servizi sempre più sofisticati (e costosi) che li accompagnano. Alcuni settori importanti dell’economia poi (quali quelli legati al turismo, all’intrattenimento, al benessere della persona, alla realizzazione di centri commerciali e residenziali) si caratterizzano sempre meno per il valore in sé dei beni materiali in essi coinvolti e sempre più per la capacità (immateriale) di vendere tramite tali beni uno “stile di vita” (che costituisce il vero valore aggiunto dei beni venduti). Da questo punto di vista è fuorviante la distinzione che qualcuno ancora traccia tra old e new economy. Tutta l’economia è destinata a cambiare, anche se alcuni settori sono stati toccati prima di altri dalla rivoluzione in atto (tratto da: La new economy : una economia informazionale, reticolare e globale).

Questi argomenti sono stati trattati da Roberto Saracco (Director- Long Term Research, TELECOM ITALIA), all’interno del seminario “Evoluzione tecnologica nel settore media e impatto sul business”, tenuto presso la facoltà di Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione.

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Technologies of cooperation

Posted in conoscenza, economia, impresa, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 4, 2009

Luca De Biase, da attento e acuto esploratore della Rete, segnala il  paper Technology of Cooperation proposto dall’Institute for the Future che “con il classico approccio visionario che lo contraddistingue, tenta di offrire una rilettura strategica delle tecnologie che facilitano e organizzano la collaborazione”.

L’emergere delle tecnologie digitali, infatti, determina nuove opportunità per lo sviluppo di complesse strategie di cooperazione, che modificano profondamente il modo con cui le persone lavorano insieme. Il fulcro di queste tecnologie in grado di amplificare le possibilità collaborative è rappresentato da otto clusters, ognuno dei quali racchiude tecnologie affini ed offre un contributo distintivo per favorire una cooperazione strategica.

Ognuno di questi “grappoli”, inoltre, non deve essere visto soltanto come un modello per delineare sistemi cooperativi, ma anche come uno strumento che le persone possono usare all’interno di organizzazioni, progetti, processi e mercati per incrementare il livello di cooperazione. Entrando nello specifico, ogni individuo ha la possibilità di scegliere vie differenti  per alterare le dimensioni chiave di sistemi cooperativi nelle proprie  strutture,  regole, risorse, feedback, memorie e identità.

Direi che le premesse alla lettura sono affascinanti.

La grande corsa ai social network

Posted in economia, news, web2.0 by Giuseppe Futia on febbraio 9, 2009

L’audience dei social network sta crescendo molto rapidamente. eMarketer ha stimato che nel 2008 all’incirca 80 milioni di persone, il 41% degli internauti di tutti gli Stati Uniti, ha visitato siti Internet di social network almeno una volta al mese, con una crescita di circa l’11% rispetto al 2007. Secondo un’ulteriore stima, entro il 2013 il 52% degli utenti della Rete visiterà regolarmente uno o più social network.

 

 

«Il costante flusso di informazioni e aggiornamenti, riguardante i social network, che viene proposto quotidianamente è oramai un’abitudine per la maggior parte degli utenti», ha affermato Debra Aho Williamson, senior analyst di eMarketer ed autrice del nuovo report Social Networks: Trends for 2009. «E tutta quest’attenzione non può che rappresentare buone notizie per i social network stessi».

Buone notizie soprattutto perché i social network devono ancora sviluppare modelli di business che siano redditizi. Ma c’è ancora tempo.

«L’utilizzo dei social network sta tutt’altro che rallentando», ha ricordato Ms. Williams. «Non solo i consumatori che sottoscrivono un account stanno crescendo, ma il loro livello di coinvolgimento diventa sempre più profondo».

La maggioranza degli utenti di social network dedica infatti molta più attenzione, ad esempio, alla costruzione del proprio profilo.

Un ulteriore proiezione di eMarketer prevede inoltre che 79.7 milioni di persone, il 40% degli utenti Internet degli Usa, genereranno contenuti almeno una volta al mese per tutto il 2009, considerando tra le tipologie di contenuti anche l’aggiornamento del profilo oppure lo scambio d’informazioni con gli altri utenti.

 

 

Secondo la Williams, il successo (anche economico) dei social network si baserà proprio sul fatto che forse «mai come oggi, gli utenti si sono sentiti così coinvolti nel partecipare attivamente all’interno dei social network di cui fanno parte».

via eMarketer.com

La fine degli archetipi

Posted in conoscenza, economia, politica by Giuseppe Futia on febbraio 8, 2009

Sparsi qua e là per la Rete, esistono molti aggregatori di news che si occupano di raccogliere in modo accurato articoli e notizie, amplificando la visibilità di quest’ultimi a favore di un pubblico molto più vasto.

Uno dei più interessanti è sicuramente Come Don Chisciotte: portale d’informazione gestito da volontari che setacciano la Rete alla ricerca di articoli ed approfondimenti che per la maggior parte dei casi rappresentano una voce d’informazione alternativa.

Non alla Beppe Grillo, colui che molto spesso impersonifichiamo come la vera e propria forma concreta di controinfromazione. Forse Grillo risponde maggiormente alle esigenze di una gioventù indignata, nata e cresciuta in Rete; una generazione che troppo spesso però si alimenta di luoghi comuni, fomentata dalla disillusione verso una classe politica che pare lontana anni luce.

Ma lo fa in modo troppo sbrigativo e diretto e, a parer mio, non contribuisce ad un crescita culturale determinata da una consapevolezza costruita auton0mamente, con le proprie forze. È probabile che questo non sia il suo compito, ma se devo individuare un punto debole, lo identifico in questo. Che poi, quello culturale, è un problema che affligge l’intera umanità (sottomessa), perciò non possiamo attribuire colpe, meriti, prerogative e mancanze ad un unico uomo.

Mi sono perso. Cosa che a uno che scrive non dovrebbe mai accadere, ma stavolta me lo concedo. Comunque, ritornando a quanto accennato prima di questa breve parentesi, il problema di  Come Don Chisciotte è che troppo spesso gli articoli che raccoglie sono molto lunghi e di complessa digeribilità (soprattutto per quelli che come sono la massima espressione della generazione cresciuta in Rete, scarsamente propensa a un approfondimento approfondito). Però, questi articoli possono tornare molto utili nei giorni come la domenica, che io amo definire “giorni da editoriale”, in cui la mente lavora a mezzo regime, ma è molto più capace di “ascoltare”.

Ecco perché voglio dedicare spazio a un articolo che ho trovato davvero stupendo, in cui le cause della crisi, ma soprattutto la mancanza di strumenti per reagire ad essa in modo deciso, sono attribuibili a una progressiva perdita di cultura, che si è concretizzata nella progressiva perdita da parte dell’umanità di modelli di base, gli archetipi per l’appunto. Archetipi che, pur essendo state figure controverse e talvolta derise  (cito testualmente: “Il funzionario austro-ungarico è ricordato per antonomasia come l’archetipo fondante dell’integerrimo impero multietnico, e fu bersaglio dell’ironia risorgimentale italiana.”), oggi sono le cose che più ci mancano per poter offrire un’alternativa densa di valori e significati. Riporto alcuni pezzi che mi hanno colpito (la versione integrale dell’articolo la potete trovare qui e qui):

[…]La perdita degli archetipi non può essere sottovalutata, soprattutto da coloro i quali addossano tutte le responsabilità dell’attuale crisi (che è una crisi di civiltà, non di società) a semplici fattori economici. Se così fosse, sorgerebbero – potenti – dal corpo sociale precise ed organiche richieste di cambiamento, e sarebbero dinamiche positive ed inarrestabili, nonostante la censura mediatica.
Invece, le proposte sono frammentarie e sconclusionate: e, questo, avviene da parte di chi le propone, ma anche dalla confusione di chi ascolta e, a sua volta, ripropone “aggiustamenti” con un semplice meccanismo di scelta multipla, quasi si trattasse di un test. Insomma, “quoto” e “non quoto”, e finisce lì.[…]

[…]Poiché, nel frattempo, sono stati frantumati – sono stati proprio spezzati gli stampi – gli archetipi fondanti dell’ordinamento sociale. Non si tratta di semplici defaillance del modello: esso, è proprio tramontato.
Il funzionario austro-ungarico è ricordato per antonomasia come l’archetipo fondante dell’integerrimo impero multietnico, e fu bersaglio dell’ironia risorgimentale italiana. Raffigurato come un codino e sparagnino esecutore del potere asburgico, in realtà era una figura forte, che avvertiva l’importanza della sua funzione. A sua volta, la burocrazia imperiale riconosceva ampiamente e sotto molti aspetti (economici, normativi, ecc) l’importanza dei funzionari, come insostituibili “tasselli” della costruzione imperiale. Dunque, come i Mandarini cinesi, il funzionario asburgico rappresenta in qualche modo un archetipo.

L’insegnamento fu, per molto tempo, considerato quasi una “missione”, al pari del medico, e non un semplice “mestiere”. Quasi un’arte.
C’era, da parte dello Stato, il riconoscimento di questa figura mediante un trattamento economico e normativo che la favoriva, che le riconosceva l’importanza del suo agire.
Con questo, non si vuol affermare che non siano esistiti pessimi insegnanti (probabilmente esistettero anche in passato, ma solo le “vette” sono ricordate), ma che l’archetipo dell’insegnante era, almeno, preservato. Oggi, gli insegnanti ricevono gli adeguamenti salariali sulla base della tabella “operai-impiegati-insegnanti”: il che, la dice lunga sul loro prestigio sociale. Vengono mantenuti in servizio fino a 65 anni, poiché nessuno prende mai in considerazione le difficoltà – oggettive – che esistono nel dialogo fra le generazioni. Perché non fanno cantare i tenori o le soprano fino a 65 anni? Poiché i risultati sarebbero deludenti ed acclarati, mentre fra le mura delle scuole non si sa cosa avviene. In ogni modo, l’archetipo è oramai frantumato.

Ho assistito, casualmente, alla distruzione di un archetipo.
Il ferroviere era anch’esso figura archetipa: era colui al quale ci s’affidava per giungere a destinazione.
Chiedendo lumi sulla soppressione di un treno, dovetti assistere ad una scena che mi fece stringere il cuore:
«Un tempo – raccontava il capostazione – per sopprimere un treno ci dovevano essere validissime ed insuperabili motivazioni. Oggi, basta che manchi una persona in più nell’organico e sopprimono. Guardi – continuava – fra due anni andrò in pensione e non vedo l’ora: questo non è più lavorare, questo è diventato un inferno, oppure una barzelletta». Ciò che narrava, non era la débacle delle Ferrovie Italiane, era la frantumazione – che percepiva soffrendo – della sua dignità di lavoratore: era il suo archetipo che andava in pezzi.

L’archetipo del funzionario onesto e capace – il quale tenterà magari di riattare l’esistente, cercando le soluzioni meno onerose – quello dell’insegnate che cercherà di forgiare spiriti liberi, critici e responsabili, e quello del ferroviere che avrà come primo obiettivo far in modo che i viaggiatori trovino i treni ad attenderli, sono vere e proprie iatture per il “mercatismo”. Poiché non riconoscono il vuoto, inesistente, falso modello del banchiere contemporaneo, espropriato anch’esso del suo archetipo – ossia del banchiere che non fornisce più denaro per catalizzare la creazione di beni, bensì s’adopera solamente ad inventare truffe destinate ad incrementare una massa monetaria fittizia e truffaldina – come il deus ex machina al quale tutto deve sottostare.
Gli archetipi originari, entrano in collisione con queste “raffigurazioni” imposte dal circuito mediatico, ed assorbite – purtroppo, la popolazione non ha scampo! – a largo spettro: vengono, inesorabilmente, distrutti.

In questo scenario, una manciata di “studiosi” cerca almeno di dipingere l’esistente – non può avere, oggi, i mezzi per soluzioni salvifiche! Solo qualche accenno! – e si trova esposta alla critica di critici che hanno smarrito, a loro volta, “l’archetipo” del critico. Altro che “quoto” e “non quoto”: provare per credere.

Il re Mida Google alla caccia di Skype

Posted in economia, impresa, web2.0 by Giuseppe Futia on gennaio 28, 2009

Dario Salvelli racconta di un possibile interessamento da parte di Google nei confronti di Skype, interessamento peraltro già reso noto nel novembre 2007. Sembra infatti che ebay, che ad oggi non vive un momento particolarmente strepitoso, sarebbe disposta a cedere Skype a causa dell’incompatibilità con i servizi che rappresentano il suo core business.

Infatti, sebbene Skype abbia recentemente superato un altro record, oltrepassando i 15 milioni di utenti attivi online collegati contemporaneamente ed abbia notevolmente ampliato il suo pacchetto di funzioni  (chat, conferenze, screen sharing), non sono state trovate soluzioni redditizie che integrassero un portale di e-commerce con un servizio Voip.

Per questi motivi, sarà interessante scoprire se Google riuscirà ad accaparrarsi i saperi di Skype, trasformando anche questa volta la conoscenza in oro luccicante.

Intanto, un assaggio di quanto il re Mida Google abbia già ottenuto in termini di servizi offerti grazie alle sue acquisizioni, tra cui anche quella di GrandCentral Communications pronta per essere sfruttata:

 

  • Writely + XL2Web + TonicSystems -> Google Docs,
  • Keyhole -> Google Earth/Maps,
  • Urchin + MeasureMap -> Google Analytics,
  • JotSpot -> Google Sites,
  • Zingku -> Google FriendConnect,
  • Android -> Android,
  • DoubleClick -> DoubleClick,
  • Feedburner -> AdSense for Feeds (in-process);
  • GrandCentral Communications -> Skype ???
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Tech industries e l’inferno dei licenziamenti

Posted in economia, impresa, news, web2.0 by Giuseppe Futia on gennaio 23, 2009

Com’era prevedibile, la crisi economica ha mietuto le sue vittime anche nel mondo dell’high technology.  Il Layoff Tracker di TechCrunch ha stimato per il solo mese di gennaio all’incirca 80mila posti di lavoro saltati, che vanno ad aggiungersi ai precedenti licenziamenti, tracciati a partire dal mese di agosto, raggiungendo un totale di quasi 200mila persone.

Soltanto nella settimana appena trascorsa, aziende leader a livello mondiale hanno fatto i conti con pesantissimi ritocchi all’interno della propria forza lavoro: Microsoft ed Ericsson 5mila licenziamenti, Intel ben 6mila. La più grande perdita è occorsa invece agli impiegati di Circuit City, portale che si occupa di commercio elettronico, che sono stati licenziati addirittura in 34mila. Circuit City ha dichiarato la bancarotta ed ha iniziato il processo di liquidazione degli assets della compagnia.

Tra le startups più colpite vi sono Digg, Federated Media e O’Reilly Media. E nemmeno Google è risultata immune da questo tsunami di licenziamenti: almeno 100 neoassunti hanno perso il lavoro, anche se voci di corridoio affermano che l’ondata di licenziamenti sia tutt’altro che conclusa.

La tabella seguente riporta i dati sui licenziamenti di gennaio stimati da TechCrunch.

Company Date Location # % Source
Digg January 22, 2009 San Francisco, CA 7 10% Cnet
Microsoft January 22, 2009 Redmond, WA 5,000 5% TechCrunch
Ericsson January 21, 2009 Stockholm, Sweden 5,000 6% Cnet
Bose January 21, 2009 Framingham, MA 1,000 10% Boston Globe
Intel January 21, 2009 6,000 Network World
Clear Channel Radio January 20, 2009 1,850 9% paidContent
Warner Brothers January 20, 2009 Hollywood 800 Yahoo Finance
SEGA January 20, 2009 San Francisco, CA 30 IGN
Circuit City January 17, 2009 USA 34,000 100% Circuit City website
Federated Media January 16, 2009 7 Company Blog
AMD January 16, 2009 1,100 9% Washington Post
Autodesk January 15, 2009 Worldwide 750 10% Reuters
Oversee.net January 15, 2009 Los Angeles 40 18% DomainName Wire
O’Reilly Media January 15, 2009 Sebastopol 30 14% Press Democrat
NEC January 15, 2009 Australia 200 Daily Telegraph
Google January 14, 2009 100 1% Official Google Blog
Varolii January 14, 2009 Seattle 8% TechFlash
Oracle January 14, 2009 United State 500 1% MSN Money
Plantronics January 14, 2009 Santa Cruz 900 18% San Jose Mercury News
Motorola January 14, 2009 4,000 Wall Street Journal
WatchGuard January 13, 2009 Seattle 55 9% TechFlash
TBD Networks January 13, 2009 San Jose 5 50% TechCrunch
Financial Times January 12, 2009 London, UK 80 Guardian
Seagate January 12, 2009 US 800 10% AP

via TechCrunch

Londra, nuovo piano anti-pirateria: “Responsabilità agli Isp”

Posted in economia, news by Giuseppe Futia on dicembre 21, 2008

Dal bastone alla carota: ricompensati i provider che favoriscono il download legale

Un nuovo piano per affrontare la pirateria su Internet, che renderebbe  i fornitori di banda larga direttamente responsabili per il download di musica e film da siti web senza licenza,  è in fase di esame da parte del governo britannico.

Gli Internet Service Providers (ISPs), secondo tale provvedimento,  riceverebbero una piccola somma per ogni film o canzone scaricati legalmente dai propri customers, incassando un sostanzioso guadagno che si aggiungerebbe alle consuete entrate legate al servizio di providing.

Il Department for Business, Enterprise and Regulatory Reform (Berr) sta vagliando una serie di proposte prima di prendere un possibile provvedimento all’inizio del prossimo anno. Ma questo piano di ripartizione del profitto (tra i service providers e, ad esempio, le case discografiche), presentato da Ingenious Media,  potrebbe essere favorito dal Ministero inglese. “I funzionari del governo stanno trattando la cosa molto seriamente “, affermano fonti provenienti dal mondo dell’industria.

Questo tipo di approccio dovrebbe incoraggiare i provider a rendere sempre più difficoltoso l’accesso ai siti Internet che forniscono illegalmente materiale free (ma non era Google a minacciare net neutrality?!?), orientando i propri clienti verso “legittime” alternative (a pagamento).

Berr si aspetta di pubblicare la propria raccomandazione sulla pirateria entro gennaio, il tutto dopo che alla fine di ottobre una lunga consultazione sul peer-to-peer e il file sharing ha fatto il punto della situazione.

Parafrasando Beppe Grillo: “Loro non molleranno mai. Noi neppure”

via guardian.co.uk

Askmarkets.com, previsioni di mercato provenienti dal basso

Posted in economia, impresa, web2.0 by Giuseppe Futia on dicembre 7, 2008

askmarkets.comCrunchbase ci offre una sapiente definizione di cosa sia askmarkets.com: una piattaforma per le previsioni nell’andamento dei mercati che dà spazio alla saggezza della folla. Il tutto, naturalmente, in maniera virtuale.

Ogni utente fornisce il proprio punto di vista sulle informazioni riguardo all’attuale andamento del mercato, proponendo inoltre la propria previsione sugli andamenti futuri. E tramite queste opportunità, è possibile rimodellare il consenso generale attorno a un dato mercato, osservando in maniera diretta l’impatto delle proprie azioni. Impatto che, a livello teorico, potrebbe rivelarsi anche nella realtà nel caso in cui trapelino informazioni particolari.

Non azzardo altre ipotesi poiché non conosco in profondità il servizio, ma conoscendo la potenza diffondente della Rete (molti ricorderanno il caso di Drudge Report, il blog che ancor prima dei canali mainstream denunciò l’impeachement che coinvolse Bill Clinton e Monica Lewinsky), un tale servizio potrebbe avere pesanti ripercussioni soprattutto se si pensa all’impatto di elementi come la fiducia delle persone sull’andamento dei mercati.

Ciascun utente inoltre può creare il proprio mercato personale, ponendo la propria domanda a tutta la community di askmarkets.com. E se quest’ultima ha creato una prediction market per le start-up presenti in CrunchBase, uno dei più importanti archivi dove ogni utente può inserire le informazioni che conosce su un determinato sito, o su una persona in particolare, che ha sviluppato il suo lavoro sul web, la cosa si fa ancora più interessante.

via TechCrunch