Scoprendo il Web 2.0

I am the long tail

Posted in conoscenza, economia, video, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 24, 2009

L’Internet Advertising Bureau (IAB) ha recentemente pubblicato una breve clip che prende il nome di “I am the long tail”, raccogliendo le testimonianze di coloro che, attraverso il proprio lavoro, rappresento il cuore pulsante della coda lunga. A tal proposito, vorrei riportare le parole dei creatori dell’iniziativa, opportunamente raccolte da Chris Anderson:

“Diversi analisti stimano che almeno 1,2 milioni di siti web sono in grado di sostenersi partendo dalla semplice vendita di  spazi pubblicitari, fino ad arrivare alla commercializzazione dei propri prodotti. Gran parte di essi costituisce la tanto decantata long tail – piccoli siti web che servono gli interessi raffinati di un’audience di nicchia , la cui esistenza è permessa dall’assenza di barriere per quanto concerne la creazione e la distribuzione di contenuti-. Spesso, però, risulta molto difficile rendere giustizia alle innumerevoli realtà che sono state in grado di valorizzare il proprio lavoro grazie al supporto della Rete.

Ecco perché IAB ha deciso di intervenire. Abbiamo creato un video di circa 7 minuti, attribuendo dei volti umani alla coda lunga. E l’abbiamo chiamato “I am the long tail”.

Anche se, a dir la verità, le cose non stanno effettivamente così. Lo IAB non ha creato un documentario sulla coda lunga. È la coda lunga ad aver raccontato se stessa all’interno di un documentario.

Abbiamo esplorato, attraverso la Rete, numerosissimi siti web per mostrare l’ampia diversità che contraddistingue le attività su Internet. E i nostri obiettivi erano i più svariati. Andando alla ricerca dei contenuti per il nostro documentario, lo IAB ha voluto dimostrare agli investitori pubblicitari che questo insieme di piccoli publishers rappresenta un canale d’importanza vitale per poter raggiungere i consumatori americani. Allo stesso modo, abbiamo voluto sensibilizzare la classe politica e le istituzioni di Washington sul contributo alla crescita economica americana che questi soggetti sono in grado di offrire. “

A questo proposito, lo stesso Chris Anderson si dichiara soddisfatto soprattutto perché, paradossalmente, per poter sviluppare questo tipo di iniziativa non è stato necessario menzionare nè il suo nome nè la propria opera:

“This is really cool, and one of the things I like best about it is that they didn’t feel the need to link to me, mention the book or even link to the Wikipedia entry. The Long Tail is now just part of the parlance—no more needing a credit than an invocation of the Tipping Point requires a link to Malcolm Gladwell. Which is as it should be”.

via long tail.com

Surchur, motore di ricerca sui social web

Posted in conoscenza, news, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 24, 2009

Surchur è un utile motore di ricerca focalizzato sul social web: per ogni ricerca verrà cotruita una pagina, chiamata dashboard, contenente un riquadro per ogni sito e per ogni tipo di contenuto. Si otterrà una pannello che visualizzerà lo stato del mondo on line su un particolare argomento.

La dashboard presenta i risultati, suddividendo l’informazione in quattro sezioni differenti:

  • social web
  • fotografie
  • blog
  • news

Oltre a ricercare contenuti d’informazione generale, questo sistema potrebbe fornire un quadro generale sulla nostra presenza all’interno della Rete. Anche se forse, più che indagare la semplice presenza, potremmo riuscire ad ottenere una traccia vera e propria della nostra vita sociale all’interno del web.

via downloadblog

Cappuccetto rosso nella società dell’informazione

Posted in video, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 24, 2009

cappuccetto-rosso

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Giornalisti senza un giornale

Posted in conoscenza, economia, politica, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 23, 2009

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Spesso sentiamo raccontare della crisi che investe con sempre maggiore intensità l’editoria tradizionale. Se da un lato infatti l’attenzione dei consumatori si sposta dalla carta al web, gli introiti  pubblicitari provenienti dall’online non sembrano essere in grado di fornire un modello di business sostenibile, come dimostrato anche da uno studio di Eric Clemons. Non dimentichiamo poi che anche i portali d’informazione dei maggiori quotidiani del nostro Paese, al fine di massimizzare gli accessi, propongono contenuti che tante volte collidono con uno spirito d’informazione di qualità. Anche e soprattutto perché il versante cartaceo di quegli stessi portali non si azzarderebbe mai a pubblicare, ad esempio, un determinato genere di foto o un certo tipo di notizie che sfociano molto spesso nella “cronacaccia” di bassa qualità (o più semplicemente nel genere porno).

Un’analisi più accurata, però, ci aiuta a comprendere come in realtà la crisi dell’editoria non sia legata all’esplosione di Internet, quanto invece alla generale avversione che le persone hanno maturato quotidianamente verso un’informazione che a sua volta si considera assurdamente elitaria, al di sopra della gente. Un’informazione che si dichiara con una buona dose di perbenismo  immune da qualsiasi influenza, soprattutto in un Paese come il nostro che ha una lunga storia di editori con interessi economici indirizzati altrove, che utilizzavano (e utilizzano) il proprio giornale come filtro di protezione della propria attività.

Con questo non voglio dire che in Italia sia totalmente assente un’informazione di qualità. Il problema riguarda il fatto che non riusciamo a vedere oltre il foglio di carta persone vicino a noi e alla nostra quotidianità (un concetto che viene espresso anche da Le Clèzio nel suo discorso di ringraziamento per il Nobel). Ecco perché uno degli ultimi post di De Biase mi ha stimolato alcune riflessioni. Riporto una parte del post:

“Varrebbe la pena di chiarire che si dovrebbe distinguere il destino dei giornali e quello dei giornalisti. È sbagliato definire i giornalisti come la categoria delle persone che scrivono i giornali (essendo i giornali tautologicamente quelle cose che sono scritte dai giornalisti…). E sebbene quella sia stata la definizione adottata dall’Ordine, non pare più molto azzeccata. Forse si potrebbe proporre l’idea di giornalisti come professionisti impegnati nella produzione di informazione per il pubblico con un metodo di ricerca empirico e trasparente (informazione, non comunicazione). In quel caso il loro destino non sarebbe necessariamente quello di seguire la sorte dei giornali. I giornali, invece, sono i prodotti di un’industria editoriale molto importante che a sua volta non vive solo del lavoro dei giornalisti, ma anche di quello delle concessionarie di pubblicità, di sostegno pubblico, di collaterali e altro.”

Forse nuove forme di comunicazione come i blog, badate bene non i network d’informazione ma i blog, rappresentano una realtà informativa dietro a cui, dopo tanto tempo, riconosciamo degli esseri umani. Esseri umani che hanno un proprio credo, che possono sbagliare, ma che proprio per questa coerenza e individualità ci ispirano fiducia e rispetto. E se mai l’editoria tradizionale sopravvivrà, come io personalmente credo, non dovrà più rappresentare un contenitore di notizie che oramai tutti possiamo reperire facilmente sul web, ma un vero e proprio strumento di approfondimento. Sarebbe suggestivo pensare a un giornale in cui le informazioni nascono con il contributo di tutti, anche della gente più semplice,  opportunamente rielaborate dai professionisti dell’informazione, per poter offrire qualcosa di nuovo che ci dia, naturalmente con il nostro contributo attivo, una visione del mondo che non possiamo raggiungere con i nostri occhi.

Parma workcamp ’09

Posted in conoscenza by Giuseppe Futia on marzo 22, 2009

Ieri mattina ho avuto il privilegio di raccontare Ingegneria del Cinema al workcamp di Parma. E ne voglio parlare soprattutto perché oltre ad aver trovato un contesto vivo, con tante occasioni di dibattito, di confronto e di apprendimento, è stata una di quelle tappe di vita fondamentali da cui non si può prescindere per poter imparare a crescere.

E sono riuscito a trarre questa conclusione per il semplice fatto che non ho fatto bene: fin dalla scorsa settimana ho immaginato e sperato di poter tirare fuori chissà quale performance, mentre invece, di fronte a quei volti sconosciuti, la mente si è annebbiata e tutto quanto si è realizzato di conseguenza. Posso dire soltanto che sono deluso e amareggiato, anche perché sentivo di essere responsabile per tutti quelli che, tralasciando gli altri, si spaccano il culo ogni giorno per poter tirare fuori il meglio da ciò che imparano.

Invito comunque i miei colleghi a non allarmarsi per la propria reputazione: Ico e Fede sono stati davvero immensi, rappresentanti di diverse aziende hanno voluto approfondire con noi di cosa ci occupavamo, e da tutti gli speech è emerso in modo netto il reale bisogno del mondo del lavoro di individui con le nostre competenze. Per non parlare poi delle slide che erano davvero belle ed evocative.

Non riesco a tirare fuori nient’altro. Avrei voluto terminare con la tipica frase “…sono felice di questa esperienza perché…”, ma non ci riesco. Rabbia e amarezza mi pulsano dentro con ancora troppo vigore, perciò voglio finire qui. Con la consapevolezza che, citando un film che mi ha profondamente segnato, per riconoscere  i propri santi, tante volte, basterebbe alzare la testa e guardare al proprio fianco, lì sulla sinistra. Con il desiderio veemente di avere un’altra occasione, giurando a me stesso che una cosa simile non accadrà mai più.

Feed Review #7

Posted in feed review, news, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 17, 2009

  • Oggi è uscita l’ultima copia del Seattle Post-Intelligencer, un giornale nato 146 anni fa. I giornalisti andranno avanti a realizzare soltanto la versione online. La cronaca delle ultime ore sullo stesso Seattlepi.com (via Luca De Biase)
  • Sempre da De Biase: il blog come forma di conversazione.
  • Qual è il social network con più bug?
  • Ma perché sviluppare un’applicazione per creare volutamente documenti e files illeggibili o impossibili da aprire?
  • TubeMogul per lanciare un video virale: carichi una sola volta il tuo video, che verrà poi automaticamente distribuito su 9 Video-siti contemporaneamente.
  • Pare che in Australia sia stato brevettato un sistema che genera energia dalle correnti marine, sfruttando la conformazione tipica di pinne di squali e tonni.

Catena vs ecosistema

Posted in conoscenza, economia, impresa, università, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 16, 2009

Basterebbe riflettere singolarmente sui concetti di “catena” ed “ecosistema” per poter comprendere la trasformazione attualmente in atto nei diversi settori di produzione, in particolare in quello dei media.

La catena rappresenta una struttura costituita da una successione di elementi, collegati fra di loro in maniera lineare. Ciascuna microstruttura si fa carico di una piccola parte del lavoro, favorendo in tal senso una scomposizione della complessità del sistema.

Entriamo però nel dettaglio. In ambito economico, la catena del valore consiste in un modello che permette di descrivere la struttura di una organizzazione come un insieme limitato di processi. L’insieme complessivo di tali processi, in base alla propria efficienza, produrrà un risparmio per il consumatore finale. La catena del valore permette infatti di considerare l’impresa come un sistema di attività generatrici del valore, inteso come il prezzo che il consumatore è disposto a pagare per il prodotto che soddisfa pienamente i propri bisogni.

L’opera di ciascuna impresa è quella di ottimizzare al massimo la catena del valore, al fine di diminuire i costi e sbaragliare la concorrenza. Le singole azioni che attuano, però, non determinano una crescita del valore del sistema-mercato entro cui sono inserite.

Lasciamo per un attimo da parte quanto detto fin’ora in relazione alla catena, e concentriamoci sul significato del termine ecosistema. Esso definisce una struttura in cui viene a crearsi un’ interdipendenza più o meno stretta tra i vari elementi di un sistema. Nella sostanza, la nascita o lo sviluppo di un mercato, molto più che in precedenza, traina con sé nuovi mercati che crescono a loro volta, determinando una crescita complessiva del sistema stesso:

Jeremy Rifkin all’interno del libro L’era dell’accesso ( Mondadori 2000) ha messo in luce con efficacia questo aspetto. Non è raro ormai assistere al regalo o alla vendita sotto costo di prodotti (quali cellulari, decoder televisivi, software, ecc.) che permettono di vendere in seguito al cliente i servizi sempre più sofisticati (e costosi) che li accompagnano. Alcuni settori importanti dell’economia poi (quali quelli legati al turismo, all’intrattenimento, al benessere della persona, alla realizzazione di centri commerciali e residenziali) si caratterizzano sempre meno per il valore in sé dei beni materiali in essi coinvolti e sempre più per la capacità (immateriale) di vendere tramite tali beni uno “stile di vita” (che costituisce il vero valore aggiunto dei beni venduti). Da questo punto di vista è fuorviante la distinzione che qualcuno ancora traccia tra old e new economy. Tutta l’economia è destinata a cambiare, anche se alcuni settori sono stati toccati prima di altri dalla rivoluzione in atto (tratto da: La new economy : una economia informazionale, reticolare e globale).

Questi argomenti sono stati trattati da Roberto Saracco (Director- Long Term Research, TELECOM ITALIA), all’interno del seminario “Evoluzione tecnologica nel settore media e impatto sul business”, tenuto presso la facoltà di Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione.

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User Generated Content, qualche cifra da Nielsen

Posted in news, Uncategorized, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 8, 2009

via Pandemia

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Fattore umano

Posted in conoscenza, web2.0 by Giuseppe Futia on marzo 8, 2009

Dando una veloce scorsa alle notizie di downloadblog, scopro che Digital Web Magazine, famosa rivista di informatica online rivolta principamente a gli esperti del settore, ha chiuso i battenti dopo 10 anni di onorato servizio. A tal proposito, credo sia necessario soffermarsi sulle parole di addio di Nick Finck, former publisher del magazine:

The landscape of web writing has changed. The value of well-edited and reviewed content is giving way to faster, less-refined posts on blogs, comments, and services like Twitter, and it is clear that many writers prefer to draw traffic to their own sites“.

Lasciamo da parte il disappunto che traspare dalle sue parole.

Anche nel campo del web design, dello sviluppo web e più in generale dei cosiddetti tutorial, l’aspetto sociale sta prendendo il sopravvento sulla formalità. Perché gli utenti tendono ad affidarsi in maniera sempre più assidua ad ambienti diversi dalle voci “ufficiali”: utilizzano Twitter come osservato anche da Finck, per non parlare poi di servizi come Friendfeed, la cui conformazione permette di ampliare la discussione e il dibattito potenzialmente all’infinito.

Il fattore umano assume perciò un ruolo chiave, che diverrà progressivamente sempre più centrale, in parallelo allo sviluppo sempre più raffinato delle interfacce e di una complessità sistemica (dall’altra parte della Rete), che renderà l’interazione tra utenti sempre più facile ed immediata.

Per rimanere in tema, come ho avuto modo di constatare con Ico e come segnalato da Abel, nel caso abbiate bisogno di qualche aiuto con la piattaforma WordPress, un tale  🙂 Andrea Beggi è sempre pronto a darvi una mano. Eh si, fattore umano.

“Il mio primo esercizio in flash”

Posted in università by Giuseppe Futia on marzo 5, 2009

hangmanProprio il famigerato impiccato. Tra l’altro testando il gioco, in cui sono state inserite soltanto parole relative al tema dell’amore, non riuscivo proprio a indovinare la parola PAZIENZA. Si vede che anche sotto questo aspetto ho molto da imparare. Però, come la filosofia del gioco ci insegna, è sempre possibile ritentare. IMHO.

update. Come un pusillanime dimenticavo di dire che l’applicazione è stata sviluppata da me ed Ico.

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