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Se la crisi economica può essere il punto di partenza

Posted in conoscenza, economia, politica by Giuseppe Futia on ottobre 28, 2008

Credo sia ormai fondamentale interrogarsi sul profondo legame che intercorre tra la crisi economica, frutto della degenerazione di un sistema “abbandonato”, se così si può dire, a una totale libertà d’azione, e le diseguaglienze sociali che, come sottolineato da Marco Deaglio, sono cresciute sensibilmente negli ultimi quindici anni.

Ma per comprendere a pieno la natura di questo legame è necessario soffermarsi per un attimo a monte del problema. Per quali motivi la discrepenza tra le classi più ricche e quelle più povere è cresciuta a tal punto, nonostante la base strutturale fosse caratterizzata, almeno fino alla recente crisi, da uno scenario di crescita economica a livello globale? Ebbene, lo stesso Deaglio fornisce due spiegazioni che condivido completamente:

  • il primo motivo che ha contribuito a tollerare, se non addirittura favorire, la diseguaglianza dei redditi è rappresentato dalla profonda convinzione nel pensiero liberista classico, secondo cui lo spirito vitale e la capacità imprenditoriale delle classi più abbienti avrebbero trainato l’intera economia, apportando benessere anche agli strati più deboli della società. Questo nugolo di scalpitanti individui avrebbe dovuto agire indisturbato senza alcun tipo di restrizione, anche e soprattutto contro una società di matrice socialdemocratica che, facendo dell’ampio sarcasmo, oltre ad appiattire i redditi addormenta anche e soprattutto gli animi;
  • il secondo motivo, orientato a riscuotere consenso soprattutto all’interno delle classi più vulnerabili del sistema è rappresentato dalla cosiddetta mobilità sociale. In una società in cui le barriere di protezione e le politiche di sostegno sono minime, l’ambita posta del riscatto sociale diviene un sogno (americano) palpabile e concreto. O almeno così dovrebbe essere.

Ma come sapientemente illustra Deaglio, e qui gli cedo la parola, le cose non sono andate affatto come si era sperato (o arrogantemente sostenuto):

L’esperienza di questi anni non ha dimostrato la validità di questi motivi in favore della disuguaglianza. Lo spirito di iniziativa dei ceti dotati di redditi più elevati non è stato certo eccezionale, in molti Paesi, tra cui l’Italia, la crescita è stata scarsa o quasi nulla, e, se si eccettua un numero limitato di casi, non vi è stato un aumento del benessere collettivo. […] In Italia, i maggiori redditi sono stati dovuti soprattutto a rendite di posizione, ad attività finanziarie con scarsi agganci con il meccanismo generale dell’economia e non a profitti sudati in mercati concorrenziali, a grandi investimenti e innovazioni. La mobilità sociale è stata frenata dal forte potere delle corporazioni: per mettersi in proprio in quasi ogni attività c’è bisogno di un «patentino», di un «esame di abilitazione».

Ma forse questa crisi potrebbe rappresentare un punto di rottura rispetto alle storture del sistema così come è stato fin ora concepito. Potrebbe rappresentare l’occasione di una vera e propria svolta in cui risulta essenziale detassare e sostenere i redditi medio bassi, anziché quelli alti provocando ulteriori distorsioni, e ottenere in tal senso 2 benefici sostanziali: sostenere il livello dei consumi, tenendo lontana la recessione, e diminuire il rischio di spaccatura sociale.

E inoltre, con uno squarcio di “spirito militante”, potremmo non farci prendere dal panico dell’orfano “teorizzato da Gramellini”, guardando a questa crisi con occhi pieni di speranza:

Senza ringhiera, l’orfano si scopre solo. Un fuscello nella tempesta. Può farsi prendere dal panico, ubriacarsi, impazzire. Oppure può prendersi la responsabilità della propria vita, non delegandola più agli altri. Allora ricorderà che la parola crisi ha assunto un significato terribile soltanto nei tempi moderni, perché in quelli antichi si traduceva con «opportunità». E ricorderà anche che nel linguaggio delle sceneggiature la crisi è il momento della storia in cui il protagonista prende la decisione culminante, quella da cui emergerà la sua vera indole. Insomma, la crisi può essere un castigo o un’occasione. Dipende solo da noi, gli orfani, se alla fine riusciremo a ritrovarci persino migliori.

Immagine tratta da: Afraid Blog

Chi sarà il Chief Technology Officer di Obama?

Posted in news, politica by Giuseppe Futia on ottobre 21, 2008

via Wired Top Stories

Solamente ieri Eric Schmidt, numero uno di Google, ha dichiarato il proprio sostegno a Barack Obama per la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Fino ad ora il sostegno era avvenuto per così dire da dietro le quinte, mentre martedì scorso Schmidt ha preso una posizione molto netta.

E in effetti tutto il lavoro attuato per la campagna di Obama potrebbe portare al ceo di Google molti benefici personali (e istituzionali). Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Schmidt potrebbe ottenere il ruolo di Chief Technology Officer dello Stato, una posizione che Barack ha promesso di attivare se sarà eletto, guarda un po’, proprio il giorno prima di recarsi personalmente negli uffici di Google.

Diciamo che Schimdt potrebbe trarre dei vantaggi interessanti, specialmente alla luce degli interessi di Google a Washington. E intanto su Wired impazzano tutti i possibili candidati, proposti dalla redazione e dai lettori, per il prossimo CTO degli Stati Uniti d’America.

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Innovage, se passato e futuro s’incontrano nell’innovazione

Posted in conoscenza by Giuseppe Futia on ottobre 21, 2008

via Luca De Biase

La complessità di un’innovazione è dunque nell’insieme inscindibile dell’epressione di chi la propone, del senso che gli altri vi riconoscono, del contesto che la valorizza. Lungi dall’essere un mero fenomeno tecnologico, l’innovazione e sempre di più un fenomeno culturale. Nel quale il racconto è elemento essenziale. Un prodotto che racconti se stesso, la storia di chi la propone e del luogo dal quale proviene, in modo comprensibile e sincero, può aspirare a diventare un’innovazione. Altrimenti rischia di aggiungere rumore al rumore delle novità fini a se stesse.

Innovage è dunque una visione che si trasforma in una sintesi. L’aspirazione a tenere insieme l’urgente bisogno di rinnovamento e il suo significato. […] Definisce una realtà di lunga durata nella sostanza e in costante trasformazione nella forma: il momento storico che genera il classico.

Parlando d’innovazione non si può affatto trascurare la dimensione storico-culturale. Perché solamente su un territorio fertile e vivo, avvolto da senso e significato, l’innovazione può realmente attecchire. La fiducia verso il futuro, verso ciò che contraddistingue il potenzialmente nuovo, si ingenera su basi forti, realizzate attraverso un percorso. E proprio tale percorso, che si traduce in narrazione a livello comunicativo, è elemento indispensabile al processo d’innovazione. Esso stesso, infatti, modellandosi all’interno del sistema culturale in cui fiorisce, diviene sostanza e tessuto dell’immaginario collettivo: una base solida per creare nuova innovazione.

Immagine di masternewmedia.org

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