Scoprendo il Web 2.0

La fine degli archetipi

Posted in conoscenza, economia, politica by Giuseppe Futia on febbraio 8, 2009

Sparsi qua e là per la Rete, esistono molti aggregatori di news che si occupano di raccogliere in modo accurato articoli e notizie, amplificando la visibilità di quest’ultimi a favore di un pubblico molto più vasto.

Uno dei più interessanti è sicuramente Come Don Chisciotte: portale d’informazione gestito da volontari che setacciano la Rete alla ricerca di articoli ed approfondimenti che per la maggior parte dei casi rappresentano una voce d’informazione alternativa.

Non alla Beppe Grillo, colui che molto spesso impersonifichiamo come la vera e propria forma concreta di controinfromazione. Forse Grillo risponde maggiormente alle esigenze di una gioventù indignata, nata e cresciuta in Rete; una generazione che troppo spesso però si alimenta di luoghi comuni, fomentata dalla disillusione verso una classe politica che pare lontana anni luce.

Ma lo fa in modo troppo sbrigativo e diretto e, a parer mio, non contribuisce ad un crescita culturale determinata da una consapevolezza costruita auton0mamente, con le proprie forze. È probabile che questo non sia il suo compito, ma se devo individuare un punto debole, lo identifico in questo. Che poi, quello culturale, è un problema che affligge l’intera umanità (sottomessa), perciò non possiamo attribuire colpe, meriti, prerogative e mancanze ad un unico uomo.

Mi sono perso. Cosa che a uno che scrive non dovrebbe mai accadere, ma stavolta me lo concedo. Comunque, ritornando a quanto accennato prima di questa breve parentesi, il problema di  Come Don Chisciotte è che troppo spesso gli articoli che raccoglie sono molto lunghi e di complessa digeribilità (soprattutto per quelli che come sono la massima espressione della generazione cresciuta in Rete, scarsamente propensa a un approfondimento approfondito). Però, questi articoli possono tornare molto utili nei giorni come la domenica, che io amo definire “giorni da editoriale”, in cui la mente lavora a mezzo regime, ma è molto più capace di “ascoltare”.

Ecco perché voglio dedicare spazio a un articolo che ho trovato davvero stupendo, in cui le cause della crisi, ma soprattutto la mancanza di strumenti per reagire ad essa in modo deciso, sono attribuibili a una progressiva perdita di cultura, che si è concretizzata nella progressiva perdita da parte dell’umanità di modelli di base, gli archetipi per l’appunto. Archetipi che, pur essendo state figure controverse e talvolta derise  (cito testualmente: “Il funzionario austro-ungarico è ricordato per antonomasia come l’archetipo fondante dell’integerrimo impero multietnico, e fu bersaglio dell’ironia risorgimentale italiana.”), oggi sono le cose che più ci mancano per poter offrire un’alternativa densa di valori e significati. Riporto alcuni pezzi che mi hanno colpito (la versione integrale dell’articolo la potete trovare qui e qui):

[…]La perdita degli archetipi non può essere sottovalutata, soprattutto da coloro i quali addossano tutte le responsabilità dell’attuale crisi (che è una crisi di civiltà, non di società) a semplici fattori economici. Se così fosse, sorgerebbero – potenti – dal corpo sociale precise ed organiche richieste di cambiamento, e sarebbero dinamiche positive ed inarrestabili, nonostante la censura mediatica.
Invece, le proposte sono frammentarie e sconclusionate: e, questo, avviene da parte di chi le propone, ma anche dalla confusione di chi ascolta e, a sua volta, ripropone “aggiustamenti” con un semplice meccanismo di scelta multipla, quasi si trattasse di un test. Insomma, “quoto” e “non quoto”, e finisce lì.[…]

[…]Poiché, nel frattempo, sono stati frantumati – sono stati proprio spezzati gli stampi – gli archetipi fondanti dell’ordinamento sociale. Non si tratta di semplici defaillance del modello: esso, è proprio tramontato.
Il funzionario austro-ungarico è ricordato per antonomasia come l’archetipo fondante dell’integerrimo impero multietnico, e fu bersaglio dell’ironia risorgimentale italiana. Raffigurato come un codino e sparagnino esecutore del potere asburgico, in realtà era una figura forte, che avvertiva l’importanza della sua funzione. A sua volta, la burocrazia imperiale riconosceva ampiamente e sotto molti aspetti (economici, normativi, ecc) l’importanza dei funzionari, come insostituibili “tasselli” della costruzione imperiale. Dunque, come i Mandarini cinesi, il funzionario asburgico rappresenta in qualche modo un archetipo.

L’insegnamento fu, per molto tempo, considerato quasi una “missione”, al pari del medico, e non un semplice “mestiere”. Quasi un’arte.
C’era, da parte dello Stato, il riconoscimento di questa figura mediante un trattamento economico e normativo che la favoriva, che le riconosceva l’importanza del suo agire.
Con questo, non si vuol affermare che non siano esistiti pessimi insegnanti (probabilmente esistettero anche in passato, ma solo le “vette” sono ricordate), ma che l’archetipo dell’insegnante era, almeno, preservato. Oggi, gli insegnanti ricevono gli adeguamenti salariali sulla base della tabella “operai-impiegati-insegnanti”: il che, la dice lunga sul loro prestigio sociale. Vengono mantenuti in servizio fino a 65 anni, poiché nessuno prende mai in considerazione le difficoltà – oggettive – che esistono nel dialogo fra le generazioni. Perché non fanno cantare i tenori o le soprano fino a 65 anni? Poiché i risultati sarebbero deludenti ed acclarati, mentre fra le mura delle scuole non si sa cosa avviene. In ogni modo, l’archetipo è oramai frantumato.

Ho assistito, casualmente, alla distruzione di un archetipo.
Il ferroviere era anch’esso figura archetipa: era colui al quale ci s’affidava per giungere a destinazione.
Chiedendo lumi sulla soppressione di un treno, dovetti assistere ad una scena che mi fece stringere il cuore:
«Un tempo – raccontava il capostazione – per sopprimere un treno ci dovevano essere validissime ed insuperabili motivazioni. Oggi, basta che manchi una persona in più nell’organico e sopprimono. Guardi – continuava – fra due anni andrò in pensione e non vedo l’ora: questo non è più lavorare, questo è diventato un inferno, oppure una barzelletta». Ciò che narrava, non era la débacle delle Ferrovie Italiane, era la frantumazione – che percepiva soffrendo – della sua dignità di lavoratore: era il suo archetipo che andava in pezzi.

L’archetipo del funzionario onesto e capace – il quale tenterà magari di riattare l’esistente, cercando le soluzioni meno onerose – quello dell’insegnate che cercherà di forgiare spiriti liberi, critici e responsabili, e quello del ferroviere che avrà come primo obiettivo far in modo che i viaggiatori trovino i treni ad attenderli, sono vere e proprie iatture per il “mercatismo”. Poiché non riconoscono il vuoto, inesistente, falso modello del banchiere contemporaneo, espropriato anch’esso del suo archetipo – ossia del banchiere che non fornisce più denaro per catalizzare la creazione di beni, bensì s’adopera solamente ad inventare truffe destinate ad incrementare una massa monetaria fittizia e truffaldina – come il deus ex machina al quale tutto deve sottostare.
Gli archetipi originari, entrano in collisione con queste “raffigurazioni” imposte dal circuito mediatico, ed assorbite – purtroppo, la popolazione non ha scampo! – a largo spettro: vengono, inesorabilmente, distrutti.

In questo scenario, una manciata di “studiosi” cerca almeno di dipingere l’esistente – non può avere, oggi, i mezzi per soluzioni salvifiche! Solo qualche accenno! – e si trova esposta alla critica di critici che hanno smarrito, a loro volta, “l’archetipo” del critico. Altro che “quoto” e “non quoto”: provare per credere.

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