Quant’è bello attardarsi
Credo che da quando parole come condivisione, innovazione, creatività si siano affiancate indissolubilmente alla parola Rete molte cose sono cambiate; soprattutto quando parliamo di conoscenza. Ma allo stesso tempo, penso che siano innumerevoli le volte in cui abusiamo di questo vocabolo, specialmente quando l’accostiamo a Internet, quasi si realizzasse la salvezza eterna.
Certo il poter navigare in Rete, raggiungendo qualsiasi tipo di informazione in qualsivoglia formato è indubbiamente un passo in avanti epocale rispetto al passato, senza dimenticare che questo tipo di esperienza è oramai sempre disponibile su un numero sempre maggiore di device d’accesso; è altrettanto vero, però, che ci troviamo di fronte a una cultura volatile, effimera, che molto spesso non lascia traccia. Un tipo di conoscenza, che per le modalità con cui si forma e (non) si assimila, lascia poco (o forse nessuno) spazio alla riflessione e al ragionamento.
Credo che se come molti dicono sia necessario cercare di ridurre drasticamente il digital divide, allo stesso tempo non farebbero certo male un buon libro di storia o di letteratura, da poter sfogliare, assaporare e su cui, dolcemente, potersi attardare.




La chiave di tutto è il tempo. Il percorso di apprendimento di ogni persona la deve portare a conoscere le cose giuste nel modo giusto. Se alcune cose avvengono prima di altre e non si rispetta la naturale maturazione allora non si riuscirà mai ad avere un quadro completo e corretto della conoscenza. Chi ci riesce eredita il mondo.